Le zone di comfort

4 Ottobre 2020

Comfort Zone

Le zone di comfort.

Il termine Comfort Zone non nasce nell’ambito della Psicologia: la prima definizione arriva dal contesto aziendale, che la definisce “Quell’area intorno alla quale i dipendenti riescono a massimizzare prestazioni e profitti”.

In Psicologia in realtà non ci discostiamo molto da questo concetto, e tra le tante definizioni preferisco quella di Brown:

“Dove la nostra incertezza, scarsità e vulnerabilità sono ridotte al minimo – dove crediamo che avremo accesso a sufficiente amore, cibo, tempo e ammirazione. Dove sentiamo di avere un buon controllo”.

In buona sostanza e parafrasando, parliamo dei nostri rifugi, le nostre tane dorate che arrediamo con cura e che hanno esattamente l’aspetto che desideriamo

o,  se non sono arredate nei minimi dettagli, comunque si avvicinano molto e ci danno conforto. Uso il termine arredare perché mi piace molto e penso renda bene l’idea del concetto di cui parliamo.

Quindi… arrediamo in maniera confortevole la nostra casa, il nostro lavoro, il nostro partner, gli amici, la famiglia e qualsiasi contesto in cui andiamo ad interagire in modo più o meno costante e permanente; che definisce quindi la routine della nostra quotidianità.


In linea generale l’essere umano ama le abitudini,

il ripetersi degli eventi, la ciclicità; perché danno un senso di coerenza al suo essere, alla sua vita. Quando possiamo definire esattamente ciò che abbiamo di fronte, quando possiamo quindi dare un nome a qualsiasi evento della nostra vita, allora siamo e rimaniamo in uno stato di calma e benessere.

Riflettendo su questo aspetto mi viene in mente una situazione tragica quanto ironica… riferita ad una situazione a cui assisto spesso.


Avete presente quando state male da un po’, per un qualsiasi disturbo fisico che può arrivare, però non potete dargli un nome perché non capite cosa sia e allora fate delle analisi? 

Ok, fatte le analisi andate a ritirarle e, mettiamo il caso, scoprite di soffrire di una patologia tutt’altro che risolvibile o curabile con una banale terapia.


Cosa accade? E qui nasce l’ironia… che spesso diciamo “Ah finalmente so di cosa si tratta!!”
Poi poco importa se ci rimane un anno di vita, ma almeno sappiamo di che morte dobbiamo morire! Utilizzo l’ironia per farvi riflettere sull’importanza che ha per noi la coerenza e la possibilità di dare un senso al nostro mondo con le nostre mappe!!!

E quando parlo di mappe, parlo delle nostre personali prospettive e del nostro modo di dipingere la realtà.
La nostra zona di comfort non è sbagliata, sia chiaro! Qualsiasi essa sia.
Quello su cui voglio farvi riflettere è un altro aspetto …


Quanto è grande la vostra zona di comfort? 

  • Da che muri è delimitata?
  • Quanto sono alti?
  • Di che materiale sono?
  • Di che colore sono?
  • Riuscite ad immaginare di scavalcare quel muro/palizzata/recinto?
  • Cosa c’è oltre?


Chi mi conosce sa che amo le domande, fanno parte del mio approccio e potrei proseguire per ore. Ma queste bastano per iniziare a farvi riflettere in quali gabbie dorate spesso ci rinchiudiamo. 

E lo facciamo in totale autonomia! Ad onor del vero, complici sono anche i media, dato che siamo letteralmente bombardati da condizionamenti che arrivano dalla TV, dalla radio, dai social, da internet etc… ma chi ha la possibilità di scelta siamo solo ed esclusivamente noi!

Infatti il problema non è avere delle abitudini e degli spazi rassicuranti che danno calma e serenità al nostro essere quotidiano, ma capire quali sono i confini

I tuoi confini sono quelli di una stanza, di un palazzo, di una città o di un’intera regione? Perché se sono grandi quanto una stanza, forse è il caso di chiedersi come mai sei confinato in uno spazio così esiguo.

Uscire dalle zone di comfort potrebbe allora diventare un esercizio quotidiano, come ad esempio quella dannata ora di esercizio fisico che proprio non ci riesce… perché il divano di casa è di gran lunga più confortevole, c’è troppo freddo o troppo caldo, delle nuvole all’orizzonte o magari sono claustrofobico e in palestra no, non mi ci porterete mai!

Ma ipotizziamo che decidiamo di iniziare in questo esercizio quotidiano e decidiamo di vedere cosa c’è oltre, iniziamo a dipingere nuovi ambienti e scopriamo che siamo in grado di fare tante e più cose. Non è necessario iniziare a fare sport estremi, sia chiaro.

Ma uscire dalla nostra zona di comfort può essere ad esempio, allontanarci dalle nostre abitudini quotidiane o dalle zone “familiari”:

il primo giorno sperimento per 10 minuti e vedo che sensazioni ho;

il secondo giorno sperimento per 15-20 minuti, e così via.

Il terzo giorno magari sperimento qualcosa in più e, dato che ho abbandonato le mie aree protette, forse c’è più di qualcosa di nuovo che voglio provare e in questo gioco, magari vado avanti, forse torno indietro, forse ancora scopro cose che non avrei mai immaginato.

Penso che l’importante in questo “gioco”, sia tenere conto che nulla è immutabile, ma solo in divenire; un divenire che dipingiamo solo noi e di cui siamo artefici senza costrizioni.


Cosa ci guadagniamo?

AUTOSTIMA!!!


Ebbene si! Per ogni muro che riusciamo ad abbattere con noi stessi, ne guadagniamo in autostima.

Se riusciamo a mettere da parte quella vocina ricorrente e perfida che ci dice “Ma chi te lo fa fare! Stai tanto bene dove sei…ma perché metterti in gioco e magari rischiare di…. !”


Forse è proprio questa la chiave: cosa rischiamo? Provate a chiedervelo senza soffermarvi troppo sulla prima risposta banale che vi date… andate oltre!


Un formatore a me caro ha detto di recente:” Nessuno di noi è figlio di un Dio minore, a tutti è dato il libero arbitrio, quindi solo noi siamo responsabili dell’altezza a cui vogliamo volare: se quella delle aquile, o quella dei piccioni!”


Una frase che apre un mondo e tante narrazioni.
Qual è la vostra?

Buona evoluzione a tutti! 

Dott.ssa Tiziana Melis


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