Skin Hunger e ricerca di vicinanza affettiva in tempi di pandemia

24 Novembre 2020

Per l’essere umano il contatto fisico è un’esigenza primaria, biologica, necessaria quasi come l’aria che respiriamo dietro le mascherine da troppo tempo. Questo bisogno di vicinanza nasce dalla necessità di sopravvivenza dentro il sistema di attaccamento con le figure primarie e poi diviene nutrimento affettivo nelle relazioni durante la crescita ed anche in età adulta.

Baci, abbracci, carezze, strette di mano, pacche sulle spalle: da quando è esplosa la pandemia ogni gesto d’affetto è vietato. Guardiamo l’altro da una distanza di almeno un metro e siamo costretti a decifrare il suo stato d’animo dagli occhi, non potendo vedere nemmeno se sorride o se è imbronciato, perché coperto dalla mascherina. 

È allora che cosa accade quando ne veniamo improvvisamente privati? E cosa accade se il contatto affettivo viene elargito ed esperito solo nelle relazioni con i congiunti? 

A questa astinenza da contatto con l’altro è stato dato un nome fortemente evocativo: “skin hunger”, letteralmente “fame di pelle”, e può avere effetti negativi sull’umore, e sul rapporto con il proprio corpo, imponendo altri tipi di “consolazione”, cibo e farmaci, aumentando anche altre forme di dipendenza.

Il bisogno di vicinanza, di calore, il contatto fisico è la necessità che l’essere vivente tende a soddisfare sin dalle primissime ore di vita, ecco perché se il tono dell’umore è basso e notate nei bambini una maggior richiesta di vicinanza fisica dovete pensare che sono risposte comportamentali normali ad un evento critico anormale che dura da troppo tempo e al quale l’essere umano fa fatica ad adattarsi con nuove strategie di coping.

Il contatto pelle a pelle stimola anche il nostro cervello: il tocco è in grado di evocare una risposta piacevole, di rilassamento, che può far diminuire la frequenza cardiaca e la pressione arteriosa. E non solo protegge e rinforza il nostro sistema immunitario e ci tiene alla larga da possibili disturbi di natura depressiva.

Il contatto con gli altri esseri umani e con gli animali domestici o da pet -therapy favorisce la produzione di alcuni neurotrasmettitori fondamentali per la regolazione del tono dell’umore e la motivazione, oltre ad attivare il circuito cerebrale della ricompensa. Questo è uno dei motivi per cui chi si è trovato isolato durante il lockdown ha affrontato meglio la solitudine alla presenza del proprio “amico peloso”.

Il neurotrasmettitore ossitocina si è guadagnato la fama di “ormone dell’amore” perché favorirebbe l’attaccamento e i rapporti sociali. Un nuovo studio dimostra che ha un ruolo anche nel comportamento sociale dei cani, la cui socievolezza verso gli esseri umani dipende da questo ormone. 

Tutto dipende dal cervello e da alcune strutture nervose periferiche che producono le endorfine, molecole molto speciali, simili alle proteine, in grado di dare sensazioni che vanno dal piacere all’estasi e che hanno come recettori specifici gli stessi della morfina e degli oppiacei. Purtroppo l’assenza di un “contatto” buono, contenitivo e rassicurante, ha ridotto la produzione di queste sostanze nel nostro cervello, favorendo un tono dell’umore tendenzialmente negativo e/ o pessimistico.

Nel cervello umano il circuito neurale della dopamina, legato al meccanismo della gratificazione, è importante per comprendere il nostro sistema motivazionale e di scelta comportamentale.

E’ una struttura di apprendimento “esperienza dipendente” che modella le nostre motivazioni nell’ottenere esperienze positive edonistiche (esperienze complesse che includono, ma non sono limitate alla sensazione edonistica) particolarmente  significative dal punto di vista evoluzionistico (sopravvivenza e riproduzione).
Le reti neurali coinvolte in questo processo realizzano l’apprendimento associativo tra aspettativa e premio/gratificazione (non necessariamente per esperienze legate al piacere).

Non stupitevi se diviene difficile in questo secondo periodo di restrizioni a causa della pandemia se la vostra motivazione a fare le cose è peggiorata e fate fatica a mantenere costanti i vostri obiettivi (lavoro, sport, e studio).

ll sistema di ricompensa è un meccanismo piuttosto elaborato, che integra molti segnali sia interni che esterni. Entrano in gioco molte aree del cervello, tra cui la corteccia prefrontale, la parte “logica”. Tuttavia, nel Nucleus Accubens, una parte dell’ipotalamo, si cela il cuore del nostro sistema di ricompense. Questo è molto studiato, dato che svolge un ruolo fondamentale nelle dipendenze. Se si riesce a manipolare il sistema di ricompensa con una certa azione, si sarà inevitabilmente spinti a ripeterla. Il che rafforzerà il comportamento. Questo succede con le droghe come per il mangiare o col fare sesso. 

Non dovete infatti in questo momento abbandonare le belle abitudini, ove possibile, soprattutto fare movimento, e sport, per chi era abituato a farlo, fondamentale è trovare il modo di continuarlo. 

Lo sviluppo del rinforzo dell’azione, è generalmente legato ad un rilascio di dopamina. La dopamina è una ricompensa chimica dopo aver fatto una cosa che dovevamo fare, e dà quella sensazione di soddisfazione. In alcune malattie mentali, come la depressione, la produzione di dopamina è ridotta. Il soggetto non è più motivato nel compiere azioni di alcun tipo, perché non gli danno piacere. La dopamina stimola anche i neuroni del Nucleus Accubens a potenziare le comunicazioni con il resto dell’ippocampo. Più questo collegamento diventa difficile, più il sistema di ricompensa si compromette.

La presenza costante dell’animale e la sua interazione spontanea «mai deludente» rinforza il circuito della ricompensa, attivando il Nucleus Accubens e il suo ritorno alla corteccia prefrontale, permetto alla persona di rinforzare nel tempo, ricordi ed esperienze gratificanti. Se è vero che dopo il lockdown quasi tutte le attività umane hanno visto una ripartenza, è anche vero che si è potuto per un po’ ricominciare a fare tutto (o quasi), ma in maniera sostanzialmente diversa. Ed ora ci troviamo davanti ad uno scenario che ancora cambia sotto i nostri occhi, imponendo continui e faticosi adattamenti.

E la differenza maggiore la fa sicuramente il distanziamento sociale che sembra stravolgere il senso che umanamente assegniamo alle distanze interpersonali: un virus che si trasmette soprattutto fra i contatti stretti impone di mantenere le distanze non solo dagli estranei, ma anche (e potremmo dire soprattutto) amici intimi, familiari, persone con cui si ha un legame affettivo significativo ma che siano fuori dalla propria cerchia di conviventi. 

E, dicono alcuni, la “fame di pelle” a questo punto si fa sentire: passata la fase delle videochat, adesso tutti vorrebbero tornare a percepire la carezza dell’altro. 

Skin Hunger e relazioni dell’infante e dell’adulto

La capacità di mentalizzare i rapporti interpersonali rende possibile instaurare relazioni anche molto significative a prescindere dal diretto contatto fisico. Ma questa non è una abilità del bambino, che fatica a mentalizzare una esperienza concreta e la desidera vivere appieno per ripristinare la calma interna. I bambini vanno aiutati a trovare modi alternativi e compensati maggiormente con la vicinanza dei familiari congiunti, attendendosi anche alcune regressioni emotive affettive rispetto a tappe evolutive magari già conquistate e raggiunte. I bambini e i ragazzi sono stati privati del contatto fisico con coetanei e maestri, insegnanti, allenatori e educatori; gli adulti hanno cercato di compensare con altre tipologie di rapporti umani: fra fedeli e guide spirituali, fra paziente e terapeuta, tra l’attore e il suo pubblico. Tutte condizioni sicuramente peculiari, differenti certo da rapporti più familiari e quotidiani, che ci dimostrano, tuttavia, come le menti delle persone adulte possano creare una grande intimità (intellettuale, affettiva, spirituale ecc.) anche prescindendo (in tutto o in parte) dal contatto diretto, ma partecipando comunque della presenza fisica l’uno dell’altro, presenza che allude in ogni caso a una sensorialità dei corpi chiamati a condividere il medesimo spazio, a corredare la comunicazione di tutta una serie di segni paraverbali (gesti, posture, mimiche), a co-costruire insieme un particolare “clima” della comunicazione, spesso indecifrabile a livello cognitivo-razionale, ma colto con immediatezza a livello emotivo e “viscerale”. 

Tutto questo corredo “senso-emotivo” derivato dalla presenza congiunta di due (o più) persone può essere tale anche in una momentanea assenza di contatto fisico senza necessariamente limitare intimità e profondità della relazione (discorso a parte andrebbe fatto per le relazioni di coppia). Alla Skin Hunger possiamo provare dunque a rispondere con la capacità tipicamente umana di noi adulti di restare in ascolto della presenza dell’altro, sia nella stanza in cui ci troviamo (a un metro di distanza), che nella nostra mente, per cogliere segni forse più indiretti, meno “concreti”, della sua persona. Potrebbe essere questo un periodo – che rimane comunque temporaneo anche se non breve – in cui, costretti a sospendere per il momento abbracci e strette di mano, provare ad ascoltarsi, parlarsi, guardarsi con maggiore attenzione e gratitudine.

Dott.ssa Lucia Chiarioni

Dott.sa Lucia Chiarioni
Lucia Chiarioni
Psicologa-Psicoterapeuta- Psicotraumatologa- Emdr Practitioner e specializzata in Neuro e Biofeedback Linerare- Psicologa dello Sport.

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